Carl Gustav Jung nasce il 26 luglio 1875 a Kesswil, Svizzera, figlio del teologo e pastore protestante Paul Achilles Jung e di Emilie Preiswerk, appassionata di spiritismo e occultismo. Fin da piccolo è un bambino estremamente introverso e solitario, immerso in un’atmosfera pregna di spiritualità considerato che anche gli zii e il nonno materno erano pastori protestanti. Ed è in questo contesto che il piccolo Jung inizia a porsi i primi interrogativi di natura spirituale. A soli 3 anni, come affermò in seguito, sogna di scendere sottoterra, attraverso una fossa oscura, e di arrivare in una stanza con un tappeto rosso centrale. Sopra al tappeto c’è un trono d’oro con un enorme fallo, la cui apparizione lo terrorizza. Il fallo in questione, secondo le successive interpretazioni da lui stesso fornite, simboleggia una forza oscura molto potente e creativa. Forza che egli cerca di indagare per tutta la vita nel tentativo di trovare una spiegazione.

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A 12 anni Jung è messo a dura prova da una nevrosi che viene scambiata per epilessia. Ma il futuro psicoanalista riesce con le sue sole forze a guarire e subito dopo ha un’esperienza illuminante: “Percorrevo, per andare a scuola, la lunga strada da Klein-Huningen, dove abitavamo, a Basilea, quando, improvvisa ebbi – per un breve momento – la straordinaria impressione di essere appena emerso da una nuvola. Tutt’a un tratto mi dissi: ora sono davvero me stesso! Era come se una coltre di nebbia fosse alle mie spalle, e dietro di essa non ci fosse ancora un ‘Io’. In quel momento io nacqui a me stesso. Prima ero esistito, certamente, ma avevo solo subito gli avvenimenti: adesso ero io stesso l’avvenimento che mi capitava. Ora ero certo di essere me stesso, ero certo di esistere.Da quel momento la sua vita cambia direzione, Jung diventa più sicuro di sé, si dedica allo sport e allo studio, è più estroverso e predisposto al contatto col mondo esterno.

Nel frattempo prosegue i suoi studi e nel 1985 si iscrive alla Facoltà di medicina di Basilea ove consegue la laurea con una tesi intitolata “Psicologia e patologia dei cosiddetti fenomeni occulti“, incentrata sui fenomeni medianici della cugina Helly. Se da un lato si interessa alla medicina e alla filosofia, in particolare ad autori come Nietzsche e Kant, dall’altro torna prepotentemente la curiosità per l’occultismo e il paranormale, che egli inizia a coltivare seriamente dopo un incontro rivelatorio con Krafft-Ebing. In seguito alla morte del padre contatta una medium nel tentativo di spiegare alcune esperienze paranormali accadute in quel periodo, fra cui l’improvvisa, inspiegabile, rottura di un tavolo nella parte centrale e una lama di coltello frantumata. Inizia così a partecipare a sedute spiritiche.

Nel 1900 ha avvio il suo tirocinio presso l’Ospedale Burghoizii di cui al tempo era direttore lo psichiatra svizzero Bleuler. Ed è qui che egli familiarizza con la malattia mentale che, rispetto ad altrove, è considerata non come una semplice degenerazione cerebrale di origine neurologica e organica, ma come un disturbo di tipo psicologico da affrontare, quindi, con terapie di analisi, sulla falsariga di quelle freudiane. In questo periodo Jung concepisce la sua teoria delle associazioni di parole, da cui più tardi deriverà la teoria sui complessi. Secondo lo psicoanalista svizzero tali associazioni verbali sono correlate a emozioni di tipo inconscio. E’ un momento d’oro questo tant’è che nel 1905 Jung inizia ad insegnare psichiatria e viene addirittura nominato Primario della Clinica Psichiatrica dell’Università di Zurigo. Negli stessi anni incontra Emma, figlia di un industriale bella e colta, con cui si sposerà e avrà ben 5 figli.

Il rapporto con Freud

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Risale al 1906 la scoperta della psicanalisi di Freud, per il quale Jung prova immediata simpatia descrivendo il collega come “il primo uomo veramente notevole che avesse incontrato fino a quel momento, dotato di un’intelligenza acuta, fuori dall’ordinario e mai banale“. D’altronde le scoperte di Freud erano davvero straordinare per l’epoca, considerato che fu il primo a sostenere che l’energia rimossa o relegata nell’ inconscio fosse in grado di riemergere sotto forme inaspettate. Freud rintracciò le cause di questo in traumi di varia natura anziché in una tara ereditaria, come si era creduto fino ad allora. Jung ammira le teorie rivoluzionarie del collega ma la stima viene meno intorno al 1912 quando lo svizzero gli contesta il primato della sessualità nei processi psichici. In realtà, già nel 1909 durante un viaggio negli Usa, Jung accusa le prime antipatie nei confronti di Freud, giudicando il suo comportamento paternalistico. Più tardi Jung afferma che la schizofrenia e altri disturbi psicotici non possano essere attribuiti a traumi esclusivamente sessuali. La rottura è inevitabile. In realtà il concetto di inconscio freudiano, come sede dell’irrazionalità e dei conflitti rimossi, non viene escluso da Jung ma solo ampliato.

L’inconscio collettivo di Jung

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Per Jung, quindi, l’inconscio include qualcosa di più, non solo esperienze individuali, ma patrimoni archetipici appartenenti all’umanità intera. Egli giunge a questa teoria in seguito allo studio dei suoi pazienti, molti dei quali presentano contenuti psichici distanti dal loro vissuto personale. Per Jung questo è possibile solo se l’inconscio trattiene immagini collettive ereditate dai tempi passati, sepolte nell’inconscio dell’intera umanità. E’ in questo momento che Jung intuisce l’importanza dell’Astrologia, dei Tarocchi e dell’esoterismo quali strumenti per decifrare la psiche umana, decretanto così la rottura definitiva da Freud. Siamo negli anni compresi fra il 1914 e il 1919, fase particolarmente dura per Jung, contraddistinta da una sua chiusura dal mondo il cui scopo è affrontare il proprio inconscio personale, nonostante i pericoli insiti in questa avventura.

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In questa fase Jung inizia a fare sogni premonitori che gli rivelano, fra le varie cose, lo scoppio della Prima Guerra Mondiale. Questi sogni profetici lo convincono del fatto che gli uomini siano profondamente collegati al cosiddetto inconscio collettivo, impersonale e universale, il cui linguaggio è quello del mito e della psicologia arcaica. Nel 1919 utilizza per la prima volta il termine “archetipo” per descrivere le immagini provenienti dall’inconscio collettivo, ovvero immagini universali prodotte dalle esperienze primordiali dell’umanità. Gli archetipi principali sono: la Madre, il Senex, il Puer, l’Ombra, la Persona, l’Anima, l’Animus e il Sè.

La psicologia analitica di Jung

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Il metodo concepito da Jung prende il nome di “psicologia analitica”: essa si basa sull’idea che la psiche includa il nostro essere conscio e inconscio, distinto dal Sè, che rappresenta invece la meta verso cui la psiche è orientata. L’inconscio ha lo scopo di compensare l’attività cosciente laddove vi siano squilibri, ovvero laddove essa prevalga. L’inconscio si manifesta attraverso sogni, immagini o malattie, ma anche attraverso il meccanismo della proiezione. In questo caso le caratteristiche rimosse vengono proiettate dal soggetto su persone esterne a sé. Ciò accade perché quando le nostre ombre interiori, o lato oscuro, non trovano altri modi per esprimersi, si attivano all’esterno nel tentativo di spronarci a individuarli e in secondo luogo ad accettarli come parte di noi.

Un’altra celebre teoria riguarda i tipi psicologici che, secondo Jung, sarebbero suddivisibili in due macrocategorie: estroversa ed introversa. Il soggetto estroverso è aperto verso l’oggetto, la sua energia va verso il mondo. Il soggetto introverso è concentrato su se stesso e la sua energia si ritira dal mondo. In realtà ogni individuo presenta sia componenti estroverse che introverse ma una di esse prevale a livello cosciente e un’altra agisce inconsciamente per compensazione.

Ritornando all’inconscio, uno degli strumenti più efficaci per connettersi con esso sarebbero i sogni, il cui linguaggio simbolico e arcaico ci permette di accedere a una conoscenza illimitata che attinge al cosiddetto inconscio collettivo. Esso, come premesso, include comportamenti e reazioni che appartengono all’intera umanità, per esempio i modi tipici di reagire in caso di paura, pericolo, nelle relazioni uomo/donna e via dicendo. Atteggiamenti che tutti gli uomini condividono, indipendentemente dall’etnia di appartenenza, una sorta di memoria collettiva.

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Riappropriandoci del linguaggio dei simboli, che l’uomo moderno ha dimenticato, potremmo, secondo Jung, imparare ad interpretare gli eventi che ci accadono anziché liquidarli come frutto del caso. Perché è proprio questa incapacità a farci sentire sconfitti, sopraffatti dagli eventi. Solo accedendo ai nostri contenuti inconsci, iniziando ad interrogarci sul loro significato, sentiremo il bisogno di comprendere il vero significato di ciò che ci circonda. In questo modo si può sfuggire alla tentazione di accusare gli altri o il mondo esterno dei nostri problemi, recuperando forza e responsabilità. In tale ottica l’inconscio non è negativo, ma fonte di inesauribile conoscenza. Attraverso il processo di individuazione junghiano possiamo quindi integrare le varie parti della psiche per ritrovare il Sè, ove gli opposti non sono più tali ma complementari, come nel simbolo del Tao.

Laura De Rosa

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