C’è ancora troppo chimica sulle nostre tavole. Nel corso di una sua indagine sull’utilizzo dei pesticidi in agricoltura, Greenpeace ha analizzato 126 campioni di mele (compresi 17 derivati da produzione biologica) provenienti da 11 Paesi europei. La frutta è stata acquistata presso alcuni supermercati e messa a disposizione di un laboratorio indipendente tedesco, che ricorre a una tecnica analitica multiresiduo al fine di verificare la presenza di una vasta gamma di pesticidi e dei loro metaboliti.

Se i 17 campioni frutto della produzione biologica si sono dimostrati privi di residui rilevabili, non altrettanto si può dire per i restanti 109, perché l’83% di loro (ossia 91 unità) ha mostrato tracce di uno o più residui, fino al massimo degli 8 riscontrati in un campione originario della Bulgaria!

La classifica delle medie più alte di residui per campione vede al primo posto i prodotti spagnoli (4,3), seguiti da quelli bulgari (4) e olandesi (3,4), ma il problema dell’uso non sostenibile dei pesticidi pare riguardare un po’ tutta la produzione di mele del Vecchio Continente.

Fungicidi (con 20 tipi diversi), insetticidi (16) e acaricidi (2) sono i prodotti chimici riscontrati più frequentemente, mentre il THPI, un metabolita del captano, è la sostanza più rilevata, comparsa ben 76 volte nei campioni analizzati. Senza dimenticare che dai risultati dell’indagine è emerso l’utilizzo di due pesticidi non autorizzati nell’Unione europea, rispettivamente la difenilammina e l’ethirimol.

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Sebbene nessuno dei residui rintracciati nei campioni abbia superato i livelli massimi di residuo (LMR) ammessi dalle normative, il dossier di Greenpeace ha dimostrato che le mele commercializzate nei supermercati europei sono state trattate con una grande varietà di pesticidi, sia nella fase precedente alla raccolta che in quella successiva. Sorgono così forti preoccupazioni per la scarsa conoscenza dei loro impatti negativi sull’ambiente e sulla nostra salute, così come per il pericolo di un loro utilizzo cumulativo, visto che sono ancora oscure le implicazioni ambientali e sanitarie delle cosiddette miscele.

Per quanto riguarda l’analisi sappiamo di certo che 15 dei pesticidi rilevati hanno l’indice massimo di tossicità (10 per il German Toxic Load Indicator utilizzato) sugli insetti benefici, 14 sugli organismi acquatici e 8 sulle api, mentre altre 13 di queste sostanze nocive raggiungono il massimo di pericolosità per l’elevata persistenza nell’ambiente, e 7 per il loro potenziale di bioaccumulo.

Resta il dato di fondo che nella maggior parte dei casi non è possibile pervenire a un’analisi chiara e completa dei rischi derivati dall’utilizzo di questi prodotti di laboratorio, tanto che per una percentuale rilevante di pesticidi rintracciati nelle mele oggetto di studio non si conoscono i dati relativi a cancerogenesi, mutagenesi e interferenza endocrina.

In conclusione del rapporto, Greenpeace raccomanda di sostituire l’attuale modello di agricoltura industriale con le pratiche agricole ecologiche, rispettose dell’ambiente e della nostra salute. Una vera e propria rivoluzione incentrata sull’agrobiodiversità funzionale, che ci libererebbe da quella dipendenza dai prodotti chimici di sintesi che comporta la riduzione della fertilità dei terreni, l’incremento dell’ erosione dei suoli e la perdita di biodiversità.

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Questo cambiamento di rotta imporrebbe necessari accorgimenti, quali il miglioramento della gestione del suolo, la scelta di varietà naturali resistenti e adattate alle condizioni locali, la pianificazione di seri programmi di rotazione delle colture, nonché la diversificazione dei sistemi agrari per facilitare il controllo dei parassiti con metodi naturali.

Secondo Greenpeace bisogna inoltre garantire la corretta attuazione della Direttiva europea sull’uso sostenibile dei pesticidi, revisionando anche le normative sui controlli e sulla valutazione dei rischi connessi all’utilizzo di queste sostanze. L’organizzazione ambientalista internazionale chiede che le formulazioni specifiche usate in campo (compresi gli additivi) diventino oggetto di rigorosa verifica e valutazione scientifica, definendo norme efficaci nel caso fossero appurati impatti rilevanti di queste miscele sull’ambiente e sulla salute umana. In assenza di tali informazioni, la regolamentazione dei pesticidi e del loro uso cumulativo dovrebbe avvenire su base strettamente cautelare.

Nel nostro Paese la chimica svolge ancora un ruolo rilevante in agricoltura, se è vero che, stando a quanto emerso dall’ultimo rapporto Eurostat, siamo al primo posto in Europa per consumo di fitofarmaci e molecole chimiche per il settore primario. Fortunatamente non mancano le buone nuove, perché il biologico avanza con forza, come dimostrato dal costante aumento della superficie coltivata con questo metodo di produzione (+23,1% dal 2010 al 2013), che si attesta oggi al 10,8% di quella totale utilizzata per l’agricoltura.

Eppure, gli ultimi dati forniti da Legambiente nel suo rapporto sui residui chimici nei prodotti alimentari (“Stop pesticidi”), non ci fanno stare troppo tranquilli. Il 42% dei campioni analizzati risulta contaminato da una o più sostanze chimiche, mentre il multiresiduo, ossia la presenza concomitante di più residui chimici in uno stesso prodotto alimentare, è salito di ben cinque punti percentuali (dal 17,1 al 22,4%), nel confronto tra l’analisi del 2012 e quella del 2014.

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Nonostante i controlli sempre più stringenti sull’uso corretto dei pesticidi in agricoltura, i piani di controllo dei residui dei fitosanitari negli alimenti, sia nazionali che europei, sottovalutano ancora il problema del multiresiduo e del suo potenziale effetto negativo sulla salute, continuando a considerare singolarmente i principi attivi per fissarne i limiti, senza intervenire sulla questione del loro cumulo. Seppur la legislazione europea preveda che nella determinazione del livello massimo di residuo (LMR) si tenga conto dei possibili effetti cumulativi, additivi e sinergici tra le sostanze, questa metodologia tarda a essere applicata.

La battaglia per la limitazione dei pesticidi è ancora lunga.

Marco Grilli