Pierre Rabhi è un filosofo, poeta, scrittore ma soprattutto un agricoltore biologico. Nasce in Algeria nel 1938, si sposa con Michelle e si trasferisce a Ardèche, spinto dall’amico il dottor Pierre Richard, un medico, ambientalista e visionario che si occupava della creazione del Parco Nazionale delle Cévennes.

Pierre Rabhi
“…Abbiamo creato un mondo parallelo senza natura e ora la gente non la comprende più”.

Pierre Rabhi lavora come bracciante, sparge concimi chimici sulla terra che coltiva e la cosa non gli piace. Poi grazie ad un prestito di soldi da parte di un amico compra un terreno tutto suo da poter coltivare come vuole lui, per poter lasciare ai suoi cinque figli qualcosa di più di una terra inquinata. Comincia con un piccolo allevamento di capre, non vuole “produrre”, lui vuole sperimentare un’agricoltura biodinamica, con la quale produrre quello di cui ha bisogno, utilizzando fertilizzante naturale. Il terreno sotto le sue mani cambia, da sterile diventa ricco di sostanze organiche, questa è la spinta decisiva che fa si che Rabhi pensi alla sua terra natia.

Pierre Rabhi e L’Africa

L’Africa è un paese ricco di risorse e poco popoloso, allora perché è così povero? Rabhi lo spiega il perché…

“Certamente ciò dipende dal fatto che da molti secoli le sue ricchezze sono sottoposte a saccheggio. Ma non solo. La miseria endemica che imperversa nel mio continente natale, come del resto nella maggioranza delle regioni definite sottosviluppate, deriva in gran parte dall’imposizione a popolazioni che non hanno chiesto nulla a nessuno di modi di produzione che non sono adatti né ai loro territori, né al loro saper fare, né alle loro forme di organizzazione sociale”.

“La nuova distribuzione modernista, introdotta dalla colonizzazione e perseguita dalla politica del libero scambio, può essere illustrata nella maniera seguente. Quelle popolazioni rappresentano un potenziale produttivo, per cui le si connette al sistema mercantile facendole coltivare prodotti esportabili secondo il procedimento abituale dell’agro-industria: si forniscono loro le sementi e gli input con le modalità d’impiego; dopo la raccolta, il contadino porta le sue balle di cotone alla cooperativa, che le spedisce in Olanda o altrove per commercializzarle; alla fine della catena il piccolo produttore riceve la sua parte del prezzo di vendita diminuito del costo delle forniture.

“Non controllando né il primo, né il secondo, egli non può allora che constatare la sua dipendenza dall’economia mondiale e dalle sue fluttuazioni: costo dei concimi indicizzato sul dollaro (ci vogliono tre tonnellate di petrolio per produrre una tonnellata di concime), prezzi delle merci sottomessi alla speculazione, diktat del Fondo Monetario Internazionale e della Banca Mondiale. Siccome nel frattempo la coltivazione dei prodotti alimentari è stata sradicata per fare spazio alle monoculture (cotone, caffè, arachidi), finalizzate esclusivamente all’esportazione, il contadino africano si ritrova nell’impossibilità di uscire dal sistema”  – Tratto dal libro di Hervé René MartinLa mondialisation racontée à ceux qui la subissent, 2e partie : La fabrique du diable, Climats, 2003

Per questo Rabhi ha fondato diversi movimenti ecologici come ColibrisMouvement pour la Terre et l’Humanisme, ed è l’esperto dell’Onu per lo sviluppo delle Terre Aride.

E’ sempre un uomo semplice, un contadino che ama la vita, non sa spiegare la magia di questa terra che dona la vita, ma la sa onorare.

La differenza sostanziale nella sua vita di contadino rispetto a quella degli altri contadini è che lui coltiva non per vendere ma per se stesso, per la sua famiglia. Non chiede alla terra quello che la terra non può dargli, è una sorta di rispetto reciproco. Cosa che in Burkina Faso, dove gli era stato chiesto di  intervenire, non avviene, è un sistema che produce povertà, una cane che si morde la coda, troppo cari i fertilizzanti e i macchinari e i contadini non se li possono permettere, e allora non riescono a produrre per vendere, a fare un’agricoltura industriale e così diventano poveri e affamati.

I piccoli orti sono l’inizio di una piccola rivoluzione contro lo sfruttamento della terra, e come sostiene Rabhi: “L’orto è un gesto rivoluzionario

Quando fondò il suo movimento per la terra, Colibris, scelse il nome grazie ad una leggenda dei nativi Americani:

Un giorno, ci fu un enorme incendio boschivo. Tutti gli animali terrorizzati, atterriti, restavano a guardare impotente il disastro. Solo il piccolo colibrì era occupato, andare a prendere qualche goccia d’acqua con il suo becco a gettarla sul fuoco. Dopo un attimo, il armadillo , infastidito da questa agitazione ridicola, esclamò: “Colibri! Sei pazzo? E non è con queste gocce d’acqua spegnerai il fuoco! ” E il colibrì rispose: “Lo so, ma io faccio la mia parte”.

Pierre Rabhi è l’inventore del concetto di “Oasi in tutto il mondo“, ed è questo che si dovrebbe insegnare ai bambini, il mondo è tutta una grande oasi, la terra è ricca basta saperla accudire, fare la propria parte e prendere parte alla vita, e alla nascita della vita e non essere solo meri consumatori, insaziabili, stanchi e tristi.