Decesso per malattia di Creutzfeldt-Jakob e torna l’ombra della mucca pazza

A Fano è deceduto un medico di 53 anni che aveva contratto la malattia di Creutzfeldt-Jakob, dopo circa due mesi di cure, nonostante la malattia fosse stata diagnosticata in tempo non è stato possibile fare di più e sembra non si sia proceduto con l’autopsia perché è un procedimento che avrebbe comportato un rischio, seppur minimo, di contagio. 

Si tratta di una sindrome che spesso viene sovrapposta al morbo della mucca pazza, ma in realtà si tratta di due sindromi diverse in cui la seconda è una variante della prima. E’ una rara patologia neurodegenerativa fatale ed è spesso associata, appunto, a quello del morbo della mucca pazza, che in realtà è una forma della malattia di Creutzfeldt-Jakob detta anche “nuova variante” che fece la sua comparsa nel Regno Unito in seguito al consumo di carne bovina infetta, la forma più frequente della malattia di Creutzfeldt-Jakob (sporadica) non ha una causa nota e non è connessa al consumo di carne.

La mucca pazza ((BSE, ossia Bovine Spongiform Encephalopathy) invece, cito da enciclopedia, è: 

una malattia neurologica cronica, degenerativa e irreversibile che colpisce i bovini causata da un prione, una proteina patogena conosciuta anche come “agente infettivo non convenzionale” Il morbo è diventato noto all’opinione pubblica come morbo della mucca pazza (in inglese MCD, mad cow disease). La BSE fa parte di un gruppo di malattie denominate encefalopatie spongiformi trasmissibili (TSE) che colpiscono diverse specie animali, compreso l’uomo.

Bisogna ricordare che il primo caso di mucca pazza, diagnosticata ad un bovino dell’Hampshire, risale al 1986, in seguito gli studi dimostrarono che molto probabilmente il problema era connesso con il tipo di farine utilizzate per nutrire gli animali, ovvero, si usavano farine animali (scarti animali ridotti in farina) per nutrire altri animali della stessa specie, che sarebbero poi a loro volta diventati alimento per animali di una specie diversa: gli esseri umani. 

La selezione naturale si basa, tra l’altro, sulla difesa della propria specie e questo prevede che non ci sia una possibilità evolutiva nel cannibalismo, alcuni studi di genetica delle popolazioni hanno dimostrato che le tribù dedite al cannibalismo contraevano una serie di malattie genetiche che li ha portati, inevitabilmente, all’estinzione.

Qualunque sia l’esito finale di questo ennesimo tragico fatto di cronaca, mi chiedo: ne vale davvero la pena? Vale davvero la pena di avvelenare il mondo così o forse, sarebbe finalmente il caso di passare ad un consumo più consapevole?

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Jordana Pagliarani

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avatar Articolo scritto da Jordana Pagliarani il 16/04/2014
Categoria/e: Anteprima, Notizie.



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