Mercurio nei pesci: quali sono i rischi?

Il mercurio è tra quei metalli che si trovano in natura. Possono essere presenti a concentrazioni diverse nell’ambiente, ad esempio nel terreno, nell’acqua e nell’atmosfera, così come possono trovarsi anche nei prodotti alimentari sotto forma di residui derivanti dalla loro presenza nell’ambiente.

La fonte principale di assunzione di mercurio è formata dal cibo, oltre agli impieghi negli antisettici, nelle vernici, nelle cere per pavimenti, nei lucidanti per mobili, negli ammorbidenti e nei filtri per i condizionatori di aria.

L’esposizione  delle persone a questo tipo di metalli può produrre effetti nocivi nel corso del tempo.

Per quanto riguarda i pesci, per esempio, quelli con più elevata concentrazione di mercurio sono i grandi predatori (tonno, pescespada, verdesca) che, essendo ai vertici della catena alimentare, accumulano dosi maggiori della sostanza.

I meno esposti al mercurio, invece, sono i pesci di piccola taglia (ad eccezione dei molluschi) e quelli di allevamento, come il salmone, il pesce gatto e la trota.

Da precisare, inoltre, che all’interno della stessa specie e a parità di condizioni ambientali, i livelli di mercurio sono proporzionali all’età, al peso e alla superficie corporea dell’animale stesso.

Ma quali sono i rischi che si corrono con l’assunzione di mercurio da pesce?

Eurofishmarket, l’azienda specializzata nella consulenza, ricerca, formazione ed informazione specializzata nel settore ittico, ha intervistato Maurizio Ferri, medico veterinario e membro del Consiglio Direttivo SIMeVeP (Società Italiana di Medicina Veterinaria Preventiva) per comprendere al meglio la questione.

Generalmente nella maggior parte degli alimenti la concentrazione di mercurio è al di sotto del limite di rilevabilità strumentale, e questo discorso vale ovviamente anche per le diverse specie ittiche, anzi sopratutto per loro, dal momento che i pesci predatori presentano livelli di mercurio decisamente superiori rispetto a quelli erbivori della medesima taglia.

Questi pesci, inoltre, essendo anche migratori possono anche raggiungere acque particolarmente inquinate, aumentando i propri livelli di contaminazione.

A questo bisogna aggiungere il fatto che l’assunzione media di mercurio da pesce e frutti di mare varia da paese a paese a seconda della quantità e del tipo di pesce consumato.

In Italia il consumo di prodotti ittici si attesta intorno ai 22 Kg pro capite/anno, con il Sud che consuma il doppio del Nord.

Il gruppo più vulnerabile all’esposizione di mercurio da pesce sono i bambini non ancora nati, perchè, se il metilmercurio dovesse superare i livelli di assunzione stabiliti, questo può diventare particolarmente tossico per il sistema nervoso e per il cervello in via di sviluppo.

L’esperto, inoltre, ci fa sapere che il rischio zero per il mercurio nel pesce, vale a dire la completa assenza di questo metallo in tutte le partite di pesci commercializzate, non è realisticamente ottenibile, perchè bisognerebbe sottoporre a campionamento sistematico tutte le unità delle partite di specie appartenente alle specie a rischio presentate ai controlli presso i PIF o nel luogo di destinazione finale, con costi elevati per le analisi di laboratorio e difficoltà legate alla incompatibilità dei tempi di analisi con le esigenze di commercializzazione, soprattutto se si tratta di prodotto fresco.

Allo stesso tempo, però, bisogna dire che, oltre ai controlli a campione effettuati dai veterinari, si aggiungono quelli a carico degli operatori i quali, nell’ambito dei piani di autocontrollo e dei contratti con i fornitori, verificano l’eventuale presenza di mercurio nei prodotti ittici a rischio o provenienti da paesi coinvolti frequentemente nelle allerte comunitarie. Nel caso in cui vi sia presenza di mercurio oltre i limiti, tali operatori sono tenuti ad informare il Servizio veterinario e a provvedere alla distruzione delle partite contaminate o al ritiro dal mercato di quelle già commercializzate appartenenti allo stesso lotto.

Insomma, i controlli a esserci ci sono, ma l’esperto fa sapere che purtroppo il pericolo mercurio per il consumatore resta ed è essenzialmente legato al consumo frequente di prodotti ittici appartenenti alle specie a rischio e di grossa taglia, come il pesce spada e il tonno.

In poche parole, tutti quei consumatori che consumano tonno o pesce spada, che sia fresco o inscatolato, devono essere consapevoli del fatto che questo prodotto può potenzialmente presentare livelli di mercurio oltre i limiti consentiti.

Inoltre si raccomanda a tutte le donne in gravidanza e in allattamento di non cibarsi assolutamente di pesce spada, squalo, sgombro e tonno.

[Fonte: www.ilfattoalimentare.it]

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Daniela Bella

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avatar Articolo scritto da Daniela Bella il 20/03/2014
Categoria/e: Alimentazione, Primo piano.



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