Carnevale: ecco perchè ci si maschera…

In questo clima festoso e goliardico, cominciato giovedì grasso, vedremo sfilare carri, ci lasceremo travolgere da una pioggia di coriandoli e vestiremo i panni inconsueti delle maschere più originali. Ma ci siamo mai chiesti quali valori simbolici nasconda in realtà l’usanza del mascheramento?

Nel corso della storia la maschera ha assimilato differenti significati e a seconda della cultura se n’è fatto un diverso uso. È divenuto ora oggetto rituale, ora teatrale ora goliardico; ma c’è una cosa che accomuna tutti gli usi di ciascuna cultura, ed è la perdita dell’identità da parte di chi la indossa.

La maschera è un misterioso oggetto che ci ha accompagnato sin dalle origini. I popoli primitivi usavano travestirsi con pelli e altri oggetti per imitare le movenze degli animali  e coprirsi il volto nelle cerimonie spirituali per svolgere funzioni propiziatorie. Indossata durante le danze da parte di un privilegiato, diveniva un mezzo che metteva in contatto l’uomo  con energie della natura e spiriti. Il danzatore perdeva così la propria identità e trovava quella dello spirito, il quale attraverso di lui avrebbe agito apportando benefici alla società. La maschera continua ad assumere lo stesso valore magico nelle tribù dell’ odierna Africa Subsahariana e Occidentale, dove si consumano ancora gli stessi rituali.

In Occidente l’utilizzo della maschera è attestato sia durante i riti Dionisiaci della Grecia antica e sia nei Saturnali romani. In queste festività venivano rovesciate tutte le gerarchie sociali e l’ordine precostituito; gli schiavi potevano considerarsi liberi e la classe nobile poteva essere derisa. Avveniva lo stesso durante il Carnevale della Venezia medievale, dove con la maschera sul viso si poteva trasgredire qualsiasi regola e si era liberi persino di insultare il doge.

La burla e trasfigurazione dei potenti sono il copione per eccellenza che sta dietro alle maschere tradizionali del carnevale italiano,  giunte sino a noi dalla Commedia dell’arte. Nel teatro del Cinquecento Arlecchino, Pulcinella, Brighella, Colombina erano le maschere fisse di servitori furbi e senza scrupoli che si prendevano gioco dei loro padroni o di personaggi come il Dottor Baldanzone, caricatura del medico sapiente.

Ma se lo schiavo può sentirsi libero con la maschera, e si può insultare senza remore un “personaggio” che riverste una carica altissima, allora che cos’è la maschera, se non lo svelamento di una parte di noi stessi che non si può mostrare nell'”ordine” costituito delle cose? Ecco che, nella nostra cultura, la maschera diviene un altro tipo veicolo, un mezzo che mette in comunicazione noi stessi con il nostro Sè. La scelta di una nuova identità diventa paradossalmente uno dei modi togliersi la maschera che indossiamo tutti i giorni, di uscire pirandellianamente dal personaggio che abbiamo costruito e da quello che gli altri ci hanno cucito addosso.

[Photo by: Wikipedia e Londonlook.com]

 

 

Jordana Pagliarani

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avatar Articolo scritto da Jordana Pagliarani il 01/03/2014
Categoria/e: Notizie, Primo piano.



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