Fattorie della Bile: mamma orsa salva sè stessa ed il suo cucciolo con la morte

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Qualche tempo fa abbiamo parlato delle fattorie della bile, realtà terrificanti; abbiamo ritenuto vergognosa e ingiustificata l’esistenza di quest’inferno sulla nostra Terra.
Potremmo ridare un’occhiata a quell’articolo, rinfrescarci le idee e poi, solo quando avremo chiara un’immagine che somiglia anche solo un po’ a quello di cui abbiamo letto potremmo proseguire per leggere proprio qui di un fatto che probabilmente ci farà molto riflettere.

Ci troviamo in Cina, massima sede di produzione della bile, e su un notiziario online, Reminbao.com, un operaio di una delle tante fabbriche racconta di una madre che uccide il proprio figlio e poi se stessa.

L’ha visto con i suoi occhi perché proprio lui era uno di quegli operai che cercavano con forza di inserire una cannula nel corpo di un cucciolo di orso ben incatenato; il piccolo animale piangeva perché la paura di non sapere quello che sta per accadere, il dolore insopportabile provocato dal processo, l’impossibilità di movimento a causa delle catene troppo strette, non possono provocare altro che un pianto disperato.

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La madre era poco lontana, rinchiusa all’interno di una gabbia evidentemente poco robusta; è bastato infatti un colpo ben assestato perché l’orsa si liberasse e accorresse al lamento del proprio figlio.

Forse non è vero che la gabbia non era adatta a sopportare la forza di un animale di grossa taglia, ma si dice che qualsiasi madre, di tutte le specie, chiamata a salvare il figlio, ha la capacità di raccogliere in sé una forza micidiale che la rende in grado di affrontare anche i pericoli più grandi.
Chissà, forse è successo proprio questo all’orsa in questione.
Scagliatasi contro gli operai, ha cercato di liberare il cucciolo dalle catene ma si è resa presto conto che sarebbe stato impossibile riuscirci.

Ha stretto allora il cucciolo al petto e lo ha abbracciato per l’ultima volta fino alla morte; ha deciso di soffocarlo perché non avrebbe mai permesso che anche lui subisse il suo stesso destino.
Fatto ciò, a testa bassa, si è schiantata volontariamente contro un muro morendo all’istante.

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È una di quelle storie che non lascia alcun dubbio sul fatto che la morte è, in casi come questi, nulla più che una liberazione perché la tragedia non sta nel soffocamento del piccolo o nel colpo alla testa della madre, non sta quindi nella morte che è qui un lieto fine; la tragedia ha macchiato palesemente tutta la vita di quest’animale, sfruttato, torturato, schiavizzato.

Ma quando la vita diventa tragedia e la morte l’unica bellezza, non c’è forse qualcosa da rivedere? Magari qualcosa da rimettere al proprio posto?

La vita di ogni animale, compreso l’animale uomo, ha il diritto di essere vissuta; ne fanno parte le tragedie perché in essa sono contenute ma non possiamo permettere che queste diventino protagoniste e grandi a tal punto che per liberarsene la scelta debba essere letale.

Rispettiamo la vita degli animali e non rendiamoli vittime delle nostre scelte; scegliamo una buona vita per noi che non costi però la vita degli altri perché quando succede questo ha inizio la contraddizione più grande della nostra epoca.

Gaia Di Giovanni

Gaia Di Giovanni

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avatar Articolo scritto da Gaia Di Giovanni il 08/03/2015
Categoria/e: Animalismo, Primo piano.



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