E’ il dolore a distinguerci dalle pietre

pietre

“E’ il dolore a distinguerci dalle pietre”, questa una delle frasi più significative dell’intervista che Eugenio Borgna (grande maestro psichiatra) ha rilasciato nel marzo del 2014 a “L’Espresso”.

Una frase semplice, quasi scontata ma come tutte le cose scontate, difficile da comprendere e vivere. Trascorriamo infatti la maggior parte del nostro tempo a chiederci perchè ci è capitata quella cosa o perchè dobbiamo affrontare quella difficoltà o ancora perchè è così difficile la vita. E capita talvolta che una persona si arrende a questi ostacoli, decide di non volerli affrontare e si trasforma davvero in una pietra.

La società, in questo, è molto responsabile. Ci viene insegnato che piangere è un segno di debolezza, che deviare dalla norma è sbagliato, che andare in crisi non è concesso. Di conseguenza se piangiamo, se deviamo dalla norma o se andiamo in crisi veniamo catalogati come “diversi” e questa diversità spesso sfocia in “patologia”.

E proprio su questo ragionamento ha basato tutta l’intervista Eugenio Borgna che si è dichiarato pubblicamente contrario all’utilizzo superficiale del DSM, il manuale di riferimento per la salute mentale che categorizza l’animo umano in 300 disturbi. Se si hanno quelle determinate caratteristiche si è depressi, se invece ne mancano alcune e sono presenti altre si è ansiosi e così via. E’ un modo per incasellare una persona ed agire di conseguenza tramite cure psicologiche o farmacologiche.

diagnosi

E’ un manuale utilizzato tantissimo ed è stato studiato dall’American Psychiatric Association. Eppure Borgna non è favorevole a questo modo di aiutare a vivere la sofferenza e dichiara che “queste tavole chiedono che tutti guardino con gli stessi occhi gli stessi sintomi. Sintomi che si dovrebbero ripetere identici in ogni parte del mondo. Ma la tristezza, l’angoscia, la colpa, la volontà di morire, le esperienze dell’animo umano non possono essere classificate come se si trattasse di una pancreatite. Non basta riconoscere dei segni esteriori, dei comportamenti evidenti, per stabilire cosa sta succedendo in quell’interiorità. Queste tavole finiscono per escludere a priori l’unico elemento che conta davvero quando si tratta di fare una diagnosi psichiatrica: la soggettività”.

Questo manuale, infatti, è un’arma a doppio taglio. Se da una parte può dare delle indicazioni per comprendere meglio chi soffre, dall’altra fornisce già di per sè dei pregiudizi, non permette al clinico di tuffarsi nella comprensione vera e autentica della sofferenza altrui perchè deve trovare in quella persona solo le caratteristiche che gli permettono di fare una diagnosi.

E proprio a tal proposito ecco ancora le illuminanti parole di Borgna: Il successo del manuale è dato dalla sua capacità di uniformarsi alla tendenza oggi dominante: quella di escludere l’interiorità dalle scelte che facciamo, di proporre modelli che consentano la realizzazione automatica delle cose, di trovare soluzioni prefabbricate, senza che la ricerca dei significati ci faccia perdere tempo. È ovvio che è più faticoso fare una diagnosi che prescinda dai criteri semplici e lapalissiani proposti dal “Dsm”. Ma il tempo che si perde per capire un paziente ha un significato. È testimone di quella solidarietà umana che dovrebbe essere alla base del rapporto con l’altro”.

Tutta la nostra società, però, ruota attorno al rassicurante bisogno di classificare e poco o nulla è lasciato alla comprensione senza pregiudizi, a quell’incontro con l’altro dettato solo dal volerlo ascoltare, dal voler mettersi nei suoi panni. La relazione empatica è proprio questo: il voler sintonizzarsi con l’altro solo per un’autentica solidarietà umana.

solidarietà

Solidarietà che però sembra essersi persa, sembra essere come soffocata dal bisogno di avere una diagnosi. E così le scuole sono affollate di bambini iperattivi, le case di mamme depresse, il mondo di persone disturbate…

Ma se invece di categorizzare la vita la vivessimo e basta? Se invece di diagnosticare un bambino provassimo a metterci davvero nei suoi panni e ad accompagnarlo a vivere le sue difficoltà, mettendo da parte l’urgente bisogno di eliminare queste difficoltà?

Dobbiamo comprendere che la difficoltà non è una maledizione ma un’occasione di arricchimento unica e irripetibile: se la eliminiamo perdiamo per sempre questa occasione ma se la viviamo si spalancheranno porte mai pensate. Dopo tutto, come sosteneva Nietzsche, “bisogna avere il caos dentro di sè per generare una stella danzante”.

Elena Bernabè

Dott.ssa Elena Bernabè

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avatar Articolo scritto da Dott.ssa Elena Bernabè il 18/02/2015
Categoria/e: Primo piano, Rassegna Etica.

Responsabile della redazione. Laureata in psicologia, appassionata di tematiche ambientali, animaliste ed equosolidali. Assetata di verità e disposta a tutto per ottenerla. Ama scrivere e creare in tutte le sue forme

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