Cosa vuol dire essere stranieri in Italia oggi?

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Nei giorni scorsi, il 25 agosto, abbiamo ricordato l’anniversario della morte di Jerry Masslo, giovane sudafricano fuggito all’apartheid nel suo Paese, ucciso nel 1989 da una banda di rapinatori nel casertano. Di colpo l’Italia si accorse, con questo spiacevole evento, che era divenuta paese di immigrazione e che era necessario fare qualcosa per garantire adeguati diritti agli stranieri residenti nel proprio territorio.

La situazione delle migrazioni in Italia da allora è molto cambiata: il fenomeno ha assunto notevoli proporzioni, tanto che gli immigrati oggi possono essere considerati parte integrante del tessuto sociale.

Ciò su cui vorrei riflettere con questo articolo, al di là delle questioni politiche che inevitabilmente l’argomento richiama, è che cosa vuol dire essere stranieri in Italia oggi.

In questo contesto lo straniero non deve essere confuso con il forestiero, per esempio il turista, che soggiorna in un paese diverso dal suo per un periodo limitato. Il problema del contatto con gli stranieri nasce dal fatto che essi sono tra di noi, vivono tra di noi, non per brevi periodi. Se lo straniero vive tra noi, egli si sentirà uno di noi e questo lo rende una minaccia ai nostri occhi.

Non può essere considerato un nemico: quest’ultimo, infatti, si conforma all’ordine costituito che divide gli uomini in “noi” e “loro”. Al contrario gli stranieri, con la loro semplice presenza, mettono in discussione tale distinzione e i confini comunemente accettati.

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Ma chi sono questi stranieri? Il paradosso che vive il migrante è quello che Sayad definisce “doppia assenza”: egli è assente dalla propria patria ma al tempo stesso è assente nella società che lo ospita, da cui è incorporato ed escluso insieme.

Non è più nessuno laggiù, non sarà nulla qui, in una invisibilità sociale e morale senza soluzione: non africani, cinesi, rumeni, ma neanche italiani, spesso clandestini o irregolari e quindi costretti a vivere nel totale non-riconoscimento. Alessandro Dal Lago li definisce “non-persone” in riferimento al fatto che, nonostante conducano un’esistenza simile a quella dei nazionali, essi sono “passibili di uscire contro la loro volontà dalla condizione di persone” poiché privi di ogni garanzia formale e della possibilità di costruirsi un futuro stabile.

Straniero non può essere considerato semplicemente il contrario di autoctono: egli è nostro vicino ma al contempo, per diversi aspetti (in primo luogo culturali), non lo è. L’ambivalenza sembra quindi essere l’elemento centrale della condizione di straniero e ciò porta ad una chiusura da parte degli “autoctoni”. In queste dinamiche possiamo individuare il paradosso, tipico della modernità, per cui in un mondo caratterizzato dalla mobilità, non esistono più stranieri perché tutti siamo stranieri e vicini contemporaneamente.

La condizione di estraneità diviene così generale e universale. Il punto centrale non è più “come ci comportiamo noi con gli stranieri”, ma come stranieri di diverso tipo si comportano tra di loro.

Se da un lato questi mutamenti possono far pensare a una minore problematicità dei rapporti tra stranieri, in realtà è vero il contrario. La globalizzazione fa cadere le barriere della lontananza e questo non fa altro che costruire insicurezza, in una sorta di interiorizzazione delle barriere esterne: il nemico non è più “fuori dalle mura” ma è in agguato dappertutto e l’unico modo per contrastarlo è chiudersi nella propria individualità.

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Un aspetto specifico del fenomeno migratorio riguarda le seconde generazioni, ossia i figli di coloro che hanno deciso di intraprendere il cammino difficile dell’immigrazione: di fatto si tratta di bambini e ragazzi nati e vissuti da sempre nella terra di destinazione dei loro genitori, ma che a causa della provenienza di questi ultimi vengono ancora assimilati al gruppo degli stranieri. Essi costituiscono il luogo simbolico di incontro tra la cultura di provenienza e quella di arrivo, protagonisti di un processo che oscilla tra integrazione ed esclusione sociale.

I figli degli immigrati nel nostro Paese non vengono considerati cittadini italiani fino al compimento dei 18 anni (ma solo se soddisfano alcuni requisiti necessari per la richiesta di cittadinanza); per questo rimangono vincolati alla normativa in materia di immigrazione, accentuando in tal modo la distinzione con i propri coetanei italiani. Se è vero, infatti, che la cittadinanza rappresenta un elemento di stabilità per lo straniero, in quanto comporta inclusione sociale, essa diviene per il minore – identità in formazione – ancora di più un fattore di benessere.

Alla luce di quanto detto, emerge chiaramente il fatto che gli stranieri in Italia in un certo senso sono “schiavi” delle loro radici, del fatto di essere etichettati appunto come “stranieri” nonostante vivano nella nostra società e parlino la nostra stessa lingua.

Di fatto le ragioni per cui oggi si lascia il proprio paese sono variegate, sarebbe riduttivo e ingiusto compattare il groviglio di storie sotto la semplice etichetta concettuale dell’”invasione”. Migrare vuol dire avere la possibilità di cercarsi delle nuove chances di vita, verso luoghi dove sembra possibile realizzarle (o, a volte, anche solo pensarle): è un concetto che sta al confine tra bisogno e libertà. Si tratta di un diritto che può essere negato?

ritratti di tre bambini che ridono

Le parole che ho detto: integrazione, esclusione, libertà

Il saggio dice: “Non rivendico nessuna appartenenza, tranne quella al mondo degli esseri viventi col diritto di affondare le radici” (L. Jovanotti)

Dott.ssa Lorenza Di Gaetano

www.leparolechenonhaidetto.wordpress.com

Dott.ssa Lorenza di Gaetano

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avatar Articolo scritto da Dott.ssa Lorenza di Gaetano il 08/09/2014
Categoria/e: Le parole che non hai detto, Primo piano.



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